Archivio mensile maggio 2017

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Impianti fognari non a norma, l’Italia rischia multe Ue nel 2017.

I ritardi nell’adeguamento agli standard comunitari potrebbero portare a nuove condanne del nostro Paese da parte della Corte di giustizia europea per il mancato rispetto della direttiva sulle acque reflue.
Sono quasi mille le località italiane che hanno impianti fognari non in regola con l’attuale normativa europea e rischiano di portare il nostro Paese a nuove condanne da parte della giustizia europea. È quanto rivelato dall’Ansa in base a una serie di informazioni raccolte a Bruxelles.

Da nord a sud – Fra le località italiane sotto osservazione da parte della Commissione Ue ci sarebbero anche note mete turistiche e grandi città nostrane: da Cefalù a Courmayeur, da Rapallo a Trieste, da Napoli a Roma, da Ancona a Pisa, sono centinaia i luoghi nei quali il malfunzionamento dei collettori di scarico rischierebbe di provocare gravi danni all’ambiente e alla salute dei cittadini. Il problema, che tocca il nostro Paese da nord a sud, sarebbe particolarmente concentrato in Sicilia, Calabria, Campania e Lombardia dove si troverebbero circa i due terzi dei siti non a norma. Le carenze sollevate escluderebbero, per ora, solo il Molise – l’unica regione senza procedure d’infrazione Ue – che scarica le sue acque reflue nelle regioni confinanti di Puglia e Abruzzo.

Problemi legali – La situazione rischia di portare il nostro Paese ancora una volta davanti alla Corte di giustizia europea e al pagamento di ingenti multe nel 2017, per il mancato rispetto della direttiva europea 271/1991 sul trattamento delle acque reflue urbane. La normativa, che impone ai Paesi membri di restituire all’ambiente l’acqua pulita, ha segnato di fatto l’inizio del braccio di ferro tra Roma e Bruxelles su questa questione. Una problematica sostanzialmente poco considerata dall’Italia per nove anni, fino all’emanazione di una nuova direttiva, nel 2000, con la quale veniva imposto, sotto la pressione di multe per 482 milioni di euro, il raggiungimento del buono stato delle acque entro il 2015. I successivi inadempimenti hanno portato a una prima procedura d’infrazione, nel 2004, riguardante 80 località, conclusasi nel luglio del 2012 con una sentenza di condanna emessa dalla Corte Ue. Lo scorso 8 dicembre la Commissione ha deferito nuovamente l’Italia alla Corte accusandola di non aver rispettato la sentenza del 2012 e chiedendo che venisse applicata una doppia sanzione: una multa forfettaria di 62,6 milioni di euro più una penalità di 347mila euro al giorno.

Le altre condanne – La seconda azione incentrata su 27 località è scattata nel 2009 e ha portato, nel 2014, a una sentenza di condanna della Corte che, ora, potrebbe comminare un secondo deferimento con multa. Infine si è registrata una terza procedura d’infrazione su ben 852 agglomerati urbani (di cui 175 in Sicilia, 130 in Calabria e 110 in Campania). Risale al marzo 2015 l’ultimatum lanciato al governo di Roma per mettersi in regola. Intanto si fanno sempre più concrete le previsioni di alcune fonti di Bruxelles che intravedono l’ennesimo deferimento, nel 2017, alla Corte di giustizia.

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La normativa nazionale sulla gestione dei rifiuti.

Nel nostro ordinamento la gestione dei rifiuti è oggetto della parte quarta del D.Lgs. 152/2006, c.d. Codice dell’Ambiente, che, in attuazione della Direttiva 2008/98/CE, prevede misure volte a “proteggere l’ambiente e la salute umana”, con la finalità di prevenire e ridurre gli “impatti negativi della produzione e della gestione dei rifiuti” e quelli concernenti l’utilizzo delle risorse.

Partendo innanzitutto dalla definizione, possiamo dire che, ai sensi dell’articolo 183, è rifiuto “qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o abbia l’obbligo di disfarsi”, così individuando nel termine “disfarsi” la conditio sine qua non per classificare un oggetto o un bene come rifiuto (in tal senso, sentenza 18/04/2002, causa C-9/00, Corte di Giustizia).

I rifiuti sono classificati, sulla base dell’origine, in rifiuti urbani e speciali nonché, sulla base della caratteristica di pericolosità, in rifiuti pericolosi e non pericolosi.

A titolo esemplificativo, nei rifiuti urbani sono rinvenibili quelli domestici, quelli provenienti dallo “spazzamento” delle strade o quelli vegetali provenienti da aree verdi, mentre tra quelli speciali la normativa elenca i rifiuti derivanti dalle attività di demolizione, costruzione, lavorazioni industriali, recupero e smaltimento. In riferimento alla seconda citata distinzione, tra i rifiuti pericolosi vi sono quelli esplosivi, infiammabili, nocivi, cancerogeni, etc. indicati all’allegato I della parte quarta del D.Lgs. 152/2006.

La gestione dei rifiuti costituisce attività di pubblico interesse per cui essi devono essere organizzati senza mettere in pericolo la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente. Sul punto, l’articolo 177, comma 4, prevede che tale gestione deve avvenire:

– senza determinare rischi per l’acqua, l’aria, il suolo, nonché per la fauna e la flora”;
– senza causare inconvenienti da rumori o odori”;
– senza danneggiare il paesaggio e i siti di particolare interesse, tutelati in base alla normativa vigente”.

L’articolo 178 elenca, a tal proposito, i principi sulla base dei quali si deve effettuare la gestione dei rifiuti che deve appunto avvenire conformemente ai criteri di precauzione, prevenzione, sostenibilità, proporzionalità, responsabilizzazione e cooperazione di tutti i soggetti coinvolti nella produzione, nella distribuzione, nell’utilizzo e nel consumo di beni da cui originano i rifiuti, nonché del principio che “chi inquina paga”.

La disposizione anzidetta prevede in ogni caso una gerarchia, ossia un ordine di priorità nelle opzioni ambientali, messe a disposizioni da Stato, regioni, province ed enti locali, che è la seguente:

– prevenzione;
– preparazione per il riutilizzo;
– riciclaggio;
– recupero di altro tipo (ad esempio, il recupero di energia);

Ciò vuol dire che, nel rispetto dell’anzidetto ordine, devono essere adottate tutte le misure volte a incoraggiare le scelte che garantiscono, in ottemperanza agli articoli 177, commi 1 e 4, e 178, il miglior risultato complessivo, tenendo altresì conto degli impatti sanitari, sociali ed economici.

Con riferimento al delicato settore del riciclaggio, l’articolo 181 prevede che, sulla base delle indicazioni fornite dal Ministero dell’ambiente, le regioni stabiliscono i criteri con i quali i comuni devono provvedere a realizzare la raccolta differenziata.

Invero, entro il 2015, le autorità competenti avrebbero dovuto realizzare la raccolta differenziata, almeno, per carta, metalli, plastica e vetro, e ove possibile, legno.

La normativa impone inoltre agli enti competenti di adottare tutte le misure necessarie per conseguire, entro il 2020, l’aumento del 50% della preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio di rifiuti quali carta, metalli, plastica e vetro provenienti dai nuclei domestici e del 70% della preparazione per il riutilizzo, il riciclaggio e altri tipi di recupero di materiale, di rifiuti da costruzione e demolizione non pericolosi.

Per quanto concerne, infine, lo smaltimento dei rifiuti, esso deve essere effettuato in condizioni di sicurezza e costituisce la fase residuale della gestione dei medesimi, previa verifica, da parte della competente autorità, dell’impossibilità tecnica ed economica di esperire le operazioni di recupero.

Per tale ragione, i rifiuti da avviare allo smaltimento finale devono essere il più possibile “ridotti” sia in massa che in volume, potenziando la prevenzione e le attività di riutilizzo, di riciclaggio e di recupero e prevedendo, ove possibile, la priorità per quei rifiuti non recuperabili generati nell’ambito di attività di riciclaggio o di recupero.

In ogni caso, la normativa vieta di smaltire i rifiuti urbani non pericolosi in regioni diverse da quelle dove gli stessi sono prodotti, fatti salvi eventuali accordi regionali o internazionali, qualora gli aspetti territoriali e l’opportunità tecnico-economica di raggiungere livelli ottimali di utenza servita lo richiedano.

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Rimozione e smaltimento amianto, al via le domande.

La convenzione, per la durata di tre anni, riguarderà il prezzo specifico dell’esecuzione degli interventi di bonifica.

E’ stato pubblicato l’avviso per la manifestazione d’interesse per l’attivazione di servizi per la rimozione e lo smaltimento dell’amianto in matrice compatta, proveniente da utenze domestiche nel territorio del Comune.

Facendo seguito alla delibera di Giunta municipale n. 261 del 6 aprile scorso, per favorire la rimozione e lo smaltimento di materiali contenenti amianto presenti sul territorio, l’Amministrazione comunale, con questo avviso, intende individuare ditte specializzate, in possesso dei requisiti idonei a norma di legge, per stipulare una specifica convenzione per l’offerta del servizio di rimozione e smaltimento di manufatti contenenti amianto, a prezzi agevolati, a disposizione dell’utenza privata.

Il servizio offerto dovrà comprendere il sopralluogo da parte di un tecnico di impresa abilitata ed il preventivo dei lavori a titolo gratuito; la redazione e la presentazione di un piano di lavoro all’ASL di competenza; la rimozione dei materiali contenenti amianto; il trasporto dei materiali rimossi ad impianto di smaltimento autorizzato, con mezzo di azienda iscritta all’Albo Nazionale Gestori Ambientali in categoria 5 e la certificazione di avvenuto smaltimento.

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Per la manutenzione delle strade servono 2,5 miliardi l’anno.

Per la manutenzione straordinaria (messa in sicurezza e miglioramento) della rete stradale nazionale (26.436 km) servirebbero 2,5 miliardi di euro di investimenti effettivi all’anno (mappatura Anas). Il Piano 2016-2020 della società nazionale delle strade (23,5 miliardi di euro, di cui 16 disponibili), prevede manutenzioni per 1,04 miliardi di euro in media all’anno. La spesa effettiva ad oggi, seppure raddoppiata rispetto agli anni scorsi, è stata di 450 milioni di euro nel 2016, e salirà solo a 5-600 milioni nel 2017.

Insomma, detta brutalmente: l’Italia sta spendendo 450-500 milioni l’anno per la manutenzione straordinaria delle strade, mentre bisognerebbe spendere cinque volte tanto.

Il ritardo accumulato è pesantissmo. Nonostante il progressivo invecchiamento di infrastrutture costruite (come le case) in gran parte negli anni 60 e 70 del secolo scorso, nel periodo 2007-2013 l’Anas ha speso solo 180 milioni di euro all’anno per la manutenzione straordinaria (Ms).

Il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, e il suo precedessore Maurizio Lupi, e il presidente Anas Gianni Armani, stanno affannosamente cercando di recuperare il tempo perduto, ma come si sa i tempi delle opere pubbliche sono lunghi e il ministero dell’Economia non aiuta, con il Contratto di programma 2016-2020 (autonomia finanziaria e nuovi finanziamenti per 12,6 miliardi) bloccato da sei mesi in infinite negoziazioni tecniche (si parla ora di un Cipe a maggio).

La spesa in manutenzione ha cominciato a risalire nel 2014 e 2015 (285 milioni all’anno), grazie ai due piani «Ponti, viadotti e gallerie» di Lupi, e poi con il Piano Anas 2015, che ha messo sulla Ms 520 milioni su 1.115 e ha fatto salire la spesa a 450 milioni nel 2016. Per quest’anno il piano industriale Anas prevedeva ri salire a 650 milioni e a 1,1 miliardi nel 2018, ma il ritardo nell’approvazione del Contratto 2016-20 sta frenando la “macchina”.

Nel Piano 2016-20 (23,1 miliardi) gli investimenti manutenzione straordinaria saranno pari a 5,2 miliardi, pià altri 5,3 per potenziamenti della rete esistente.

«In Italia si è investito pochissimo nella manutenzione delle infrastrutture negli ultimi decenni» sostiene Matteo Ignaccolo, presidente dell’Associazione italiani ingegneri del traffico. «Si preferisce tagliare nastri di nuove opere – conferma Rosario Fuoco, coordinatore Fit-Cisl – ma si deve dare atto a Delrio e Armani di aver avviato una importante svolta».

«Il problema in Italia – spiega Ignaccolo – è anche che il traffico merci è quasi tutto su gomma, per cui le strade, ma soprattutto ponti e viadotti, sono sottoposti a iper sollecitazioni che ne accelerano l’obsolescenza». «Nel caso di Fossano – commenta Massimo Mariani, consigliere nazionale Ordine degli Ingegneri – è difficile pensare che dopo 27 anni sia un problema costruttivo, altrimenti il ponte sarebbe crollato prima. Il punto è che negli anni le infrastrutture possono subire modifiche, usure e sollecitazioni non prevedibili. Bisogna sempre “mappare”».

«È proprio quello che sta facendo Anas», risponde a distanza Fulvio Soccodato, direttore Manutenzione Anas. «Ogni anno – spiega – grazie al personale sul territorio (i “cantonieri”, ndr) facciamo una mappatura del fabbisogno di manutenzione»: quali strade e cosa c’è da fare. «La mappatura 2016 – prosegue Soccodato – rileva un fabbisogno di 12,5 miliardi di euro in cinque anni. Ogni anno lo aggiorniamo, togliendo le opere fatte e aggiungendo altri fabbisogni rilevati. È molto importante il lavoro dei cantonieri, che saranno aumentati di 900 unità nei prossimi anni» (assunzioni sbloccate con il Milleproroghe 2017).

Circa gli 1,1 miliardi di spesa previsto dal 2018, rispetto a 2,5 miliardi l’anno della mappatura, Soccodato spiega che «la priorità viene data alle messe in sicurezza, per non far crollare i viadotti. Questi interventi sono finanziati. A restare indietro è semmai una quota dei “miglioramenti” e potenziamenti delle strade».